Usi e costumi

Il Carnevale

Il periodo di Carnevale era una delle poche occasioni di divertimento offerto alla gente di Castione. I travestimenti erano improvvisati e poveri: gli uomini indossavano vestiti da maschi e le donne mettevano abiti maschili. Il “sabato grasso” rappresentava il momento del maggior divertimento e riguardava soprattutto gli adulti; essi giravano per le case con una “brenta” sulle spalle e si facevano dare una “segia” di vino da ogni famiglia. La portavano all’osteria e la sera la si guastava con una polenta taragna e si ballava. La festa andava avanti fino all’alba e se avanzava qualcosa del cibo o vino preparato, il giorno dopo ci si ritrovava per finire tutto e per riprendere le danze. La festa finiva nelle contrade del centro con l’incendio del “matoch”; questo era un pupazzo di paglia e fieno infilato in una pertica e vestito di stracci. Veniva caricato su un carro e portato alla curva “del doss”: qui veniva bruciato fra gli schiamazzi di grandi e piccoli che ripetevano una filastrocca popolare che diceva “i à purtat el matoch al doss, i già brusat la pel e i oss”.

Gabinat

Il 6 gennaio i bambini andavano per le case a dire “gabinat”; essi entravano all’improvviso e se erano svelti a pronunciare per primi la parola “gabinat” recevevano in cambio una manciata di castagne cotte o qualche altro semplice dolcetto. Alla fine della mattinata, i ragazzi si riunivato in qualche angolo della contrada e si spartivano i dolci.

L’è fo ‘l ginee

Il 31 gennaio esisteva la tradizione de “l’è fo ‘l ginee”. I bambini e i ragazzi, ma anche gli adulti, cercavano di far uscire dalla casa le persone che ci abitavano. Spesso inventavano scuse e motivi inesistenti, ma plausibili per costringere la gente di casa ad uscire per vedere cosa era successo. A volte era necessario escogitare un sistema per far cadere nel tranello la persona presa di mira, ad esempio facendo rotolare dalle scale un “sciuch” (cioè un tronco di legno) o una vecchia pentola, in modo tale da spaventare le persone che si precipitavano fuori per vedere cosa era accaduto. Appena uscivano di casa venivano accolti da sonore risate e dalla tipica frase “l’è fo ‘l ginee”.

L’è fo l’urs de la tana

Questa tradizione ricorreva il 2 febbraio ed era molto simile a quella de “l’è fo ‘l ginee”; l’unica differenza era nel dire la frase “l’è fo l’urs de la tana” anzichè “l’è fo ‘l ginee”.

Ciama’ l’erba oppure suna’ da mars

Fra il 27° febbraio e il 1° marzo ricorreva la tradizione chiamata “ciama’ l’erba oppure suna’ da mars”. Questa era di origine contadina e consisteva nel salutare l’arrivo della primavera. Si suonavano campanacci (“sampugn”) e i corni; i “sampugn” venivano appesi al collo dei bovini quando venivano condotti al pascolo, sulle malghe di alta montagna in estate; sempre sugli alpeggi, si suonavano i corni. I ragazzi giravano per i prati suonando e chiamando l’erba gridando “erba erba uè uè che i me uachi i è sensa fee”. La chiamata dell’erba raggiungeva tutti i posti possibili. L’ultimo giorno i contadini, per ricompensare i giovani, gli regalavano farina, formaggio, burro e salame; nella serata, si radunavano tutti i giovani, assieme a numerose famiglie per preparare e mangiare polenta taragna con salame e bevendo buon vino.